Discourses on Livy — Niccolò Machiavelli
Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio Questo testo è completo. Indice Altri progetti Wikipedia Commons Dedica a Zanobi Buondelmonti e Cosimo Rucellai salute. Io vi mando uno presente, il quale, se non corrisponde agli obblighi che io ho con voi, è tale, sanza dubbio, quale ha potuto Niccolò Machiavelli mandarvi maggiore. Perché in quello io ho espresso quanto io so e quanto io ho imparato per una lunga pratica e continua lezione delle cose del mondo. E non potendo né voi né altri desiderare da me più, non vi potete dolere se io non vi ho donato più. Bene vi può increscere della povertà dello ingegno mio, quando siano queste mie narrazioni povere; e della fallacia del giudicio, quando io in molte parte, discorrendo, m’inganni. Il che essendo, non so quale di noi si abbia ad essere meno obligato all’altro: o io a voi, che mi avete forzato a scrivere quello che io mai per me medesimo non arei scritto; o voi a me, quando, scrivendo non vi abbi sodisfatto. Pigliate, adunque, questo in quello modo che si pigliano tutte le cose degli amici; dove si considera più sempre la intenzione di chi manda, che le qualità della cosa che è mandata. E crediate che in questo io ho una sola satisfazione, quando io penso che, sebbene io mi fussi ingannato in molte sue circunstanzie, in questa sola so ch’io non ho preso errore, di avere eletto voi, ai quali, sopra ogni altri, questi mia Discorsi indirizzi: sì perché, faccendo questo, mi pare avere mostro qualche gratitudine de’ beneficii ricevuti: sì perché e’ mi pare essere uscito fuora dell’uso comune di coloro che scrivono, i quali sogliono sempre le loro opere a qualche principe indirizzare; e, accecati dall’ambizione e dall’avarizia, laudano quello di tutte le virtuose qualitadi, quando da ogni vituperevole parte doverrebbono biasimarlo. Onde io, per non incorrere in questo errore, ho eletti non quelli che sono principi, ma quelli che, per le infinite buone parti loro, meriterebbono di essere; non quelli che potrebbero di gradi, di onori e di ricchezze riempiermi, ma quelli che, non potendo, vorrebbono farlo. Perché gli uomini, volendo giudicare dirittamente, hanno a stimare quelli che sono, non quelli che possono essere liberali, e così quelli che sanno, non quelli che, sanza sapere, possono governare uno regno. E gli scrittori laudano più Ierone Siracusano quando egli era privato, che Perse Macedone quando egli era re: perché a Ierone ad essere principe non mancava altro che il principato; quell’altro non aveva parte alcuna di re, altro che il regno. Godetevi, pertanto, quel bene o quel male che voi medesimi avete voluto: e se voi starete in questo errore, che queste mie opinioni Vi siano grate, non mancherò di seguire il resto della istoria, secondo che nel principio vi promissi. Valete. Libro primo Indice Quali siano stati universalmente i principii di qualunque città, e quale fusse quello di Roma. Di quante spezie sono le republiche, e di quale fu la republica romana. Quali accidenti facessono creare in Roma i Tribuni della Plebe, il che fece la republica più perfetta. Che la disunione della Plebe e del Senato romano fece libera e potente quella republica. Dove più sicuramente si ponga la guardia della libertà, o nel Popolo o ne’ Grandi; e quali hanno maggiore cagione di tumultuare, o chi vuole acquistare o chi vuole mantenere. Se in Roma si poteva ordinare uno stato che togliesse via le inimicizie intra il Popolo ed il Senato. Quanto siano in una republica necessarie le accuse a mantenerla in libertade. Quanto le accuse sono utili alle republiche, tanto sono perniziose le calunnie. Come egli è necessario essere solo a volere ordinare una repubblica di nuovo, o al tutto fuor degli antichi suoi ordini riformarla. Quanto sono laudabili i fondatori d’una republica o d’uno regno, tanto quelli d’una tirannide sono vituperabili. Della religione de’ Romani. Di quanta importanza sia tenere conto della religione, e come la Italia, per esserne mancata mediante la Chiesa romana, è rovinata. Come i Romani si servivono della religione per riordinare la città e seguire le loro imprese e fermare i tumulti. I Romani interpetravano gli auspizi secondo la necessità, e con la prudenza mostravano di osservare la religione, quando forzati non la osservavano; e se alcuno temerariamente la dispregiava, punivano. I Sanniti, per estremo rimedio alle cose loro afflitte, ricorsero alla religione. Uno popolo, uso a vivere sotto uno principe, se per qualche accidente diventa libero, con difficultà mantiene la libertà. Uno popolo corrotto, venuto in libertà, si può con difficultà grandissima mantenere libero. In che modo nelle città corrotte si potesse mantenere uno stato libero, essendovi; o, non vi essendo, ordinarvelo. Dopo uno eccellente principe si può mantenere uno principe debole; ma, dopo uno debole, non si può con un altro debole mantenere alcuno regno. Dua continove successioni di principi virtuosi fanno grandi effetti; e come le republiche bene ordinate hanno di necessità virtuose successioni, e però gli acquisti ed augumenti loro sono grandi. Quanto biasimo meriti quel principe e quella republica che manca d’armi proprie. Quello che sia da notare nel caso de’ tre Orazii romani e tre Curiazii albani. Che non si debbe mettere a pericolo tutta la fortuna e non tutte le forze; e, per questo, spesso il guardare i passi è dannoso. Le republiche bene ordinate costituiscono premii e pene a’ loro cittadini, né compensono mai l’uno con l’altro. Chi vuole riformare uno stato anticato in una città libera, ritenga almeno l’ombra de’ modi antichi. Uno principe nuovo, in una città o provincia presa da lui, debbe fare ogni cosa nuova. Sanno rarissime volte gli uomini essere al tutto cattivi o al tutto buoni. Per quale cagione i Romani furono meno ingrati contro agli loro cittadini che gli Ateniesi. Quale sia più ingrato, o uno popolo o uno principe. Quali modi debbe usare uno principe o una republica per fuggire questo vizio della ingratitudine; e quali quel capitano o quel citta